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Rischio clinico e negoziazione della salute - A cura di Ranieri de Maria

Il volume si apre con l’introduzione di Gianluigi Condorelli, direttore dei dipartimento di medicina del CNR, che spiega come migliorare la qualità dei servizi medicali sia oggi un imperativo etico e gestionale, poiché rappresenta l’unico modo di poter avere risorse sufficienti per continuare a curare gli individui; l’approccio proposto dall’opera, basato sulla negoziazione relazionale, è per Condorelli particolarmente convincente; esso infatti “appare non solo adeguato, ma quasi obbligato. L’intervento sulla dimensione relazionale costituisce infatti l’unico strumento abile a diminuire la criticità agendo contemporaneamente sugli individui e sul sistema, in una prospettiva che pone al centro la realtà umana. La negoziazione relazionale è l’unica metodica capace di ridurre il rischio clinico creando valore: gestionale, economico, umano.”

Il primo saggio è redatto dal noto sociologo Paolo De Nardis, che si è tradizionalmente occupato di sociologia della salute e dei rapporti terapeutici. Il suo lavoro sviluppa infatti soprattutto una precisa analisi dei possibili modi in cui possono articolarsi i rapporti tra medico e paziente, attraverso la “tormentata storia” delle fasi attraverso le quali tali rapporti si sviluppano, con un ampio riferimento all’opera di Erwin Shorter.

Il saggio successivo è opera di Concetta M. Vaccaro, ricercatrice del CENSIS. Il suo lavoro è breve e si basa sull’analisi di alcuni dati che derivano dalla ricerca sociale, ma illustra alcune interessanti idee chiave. In particolare il “superamento dell’asimmetria informativa” del rapporto terapeutico, che si collega concettualmente al challenging patient evocato da De Nardis.

“L’accesso, seppure, come evidenziato, talvolta erratico e non privo di aspetti di problematicità, a tale sapere, apre orizzonti prima insperati e mai praticati. […] L’acquisizione di informazioni sanitarie […] fa sì che il nuovo paziente assuma innegabilmente una nuova e maggiore competenza sanitaria che lo rende in grado di instaurare con il professionista medico un rapporto potenzialmente giocato su un maggiore equilibrio, in cui nei fatti si finisce per negare il carattere verticistico e unidirezionale della relazione.” 
Altrettanto interessante è il concetto di “onnipotenza della medicina e la fallibilità del medico”: “La crescente specializzazione e tecnologizzazione della medicina si accompagna dunque, anche nella divulgazione, all’idea che essa sia in grado di riuscire ad ampliare senza limiti le sue possibilità di azione […] nella nuova relazione medico-paziente, al primo si sostituisce un tecnico iperspecializzato ma che ha perso ogni carisma, e al secondo un utente che condivide o crede di condividere molti aspetti di una conoscenza scientifica non più esclusiva, ma che non può dominare e di cui si stenta sempre di più a riconoscere i limiti e la fallibilità.”Se la medicina diviene sempre più tecnologica, potente e infallibile, è al medico si attribuisce la fallacia dei risultati, e ciò incrementa esponenzialmente la conflittualità dei rapporti terapeutici.

Il terzo saggio, opera della sociologa Roberta Iannone, ha, infatti, un taglio piuttosto tecnico. Si tratta della prima indagine, attenta e approfondita, sulla relazionalità del rischio clinico, compiuta passando attraverso lo studio dell’errore umano e delle sue implicazioni sociali, della cultura che vi è alla base, così come della partnership e leadership che caratterizzano l’azione degli operatori della salute. Il saggio prosegue con la comparazione dei modelli di medicina doctor-centered e patient-centered, con riferimento al contributo che i due possono fornire alla gestione del rischio clinico.

L’autrice distingue assai correttamente tra “empatia” e “rapporto osmotico”: “il rapporto empatico, infatti, non funziona se inteso nel senso di una coincidenza pura e perfetta con il sentire del paziente. Per entrare nel suo ruolo, e nel “caso clinico” che ha di fronte, il medico si pone in una condizione di vicinanza empatica ai vissuti di frustrazione del paziente, senza tuttavia che questo debba comportare un‘identificazione tale da compromettere l’efficacia tecnica dell’intervento.” La relazione medico-paziente, pertanto, risente positivamente del coinvolgimento umano dell’operatore, anche se il rapporto va approfonditamente analizzato, nei suoi tratti qualitativi, con riferimento all’analisi transazionale e all’analisi delle interazioni nei piccoli gruppi (Interaction Process Analysis). Il saggio conclude con lo studio delle possibilità di coinvolgimento degli stakeholders interessati, in una rete complessa, tesa al miglioramento continuo delle prestazioni mediche con riferimento alla riduzione delle criticità, attraverso alcuni obiettivi chiave così identificati: efficacia della prestazione, equità del servizio, solidarietà, legalità, appropriatezza clinica, appropriatezza assistenziale, appropriatezza della spesa, etica professionale. Lo studio, pur senza rinunciare alla completezza, è denso di spunti di riflessione, e merita un’attenzione speciale, anche con riferimento alla novità delle tematiche.

L’ultimo saggio, opera del curatore Ranieri de Maria, costituisce in qualche modo il core dell’intero volume. Esso infatti, dopo una generale ma documentata disamina del fenomeno del rischio clinico – nella quale viene addirittura contestata la stessa dizione, considerata imprecisa – prosegue con l’illustrazione della moderna teoria negoziale, così come sviluppata nell’esperienza dell’Harvard Negotiation Project. La negoziazione è sicuramente lo strumento migliore e più evoluto per ridurre e prevenire i conflitti, e la negoziazione integrativa, che è orientata alla soddisfazione degli interessi generali delle parti, è un metodo di composizione in grado di suggerire soluzioni creative e a volte inusuali, capaci però di interpretare al meglio le esigenze delle parti e di generare situazioni caratterizzate non solo dalla migliore distribuzione delle risorse, ma anche dalle moltiplicazione delle medesime.

È nel paragrafo “La negoziazione relazionale e la salute umana” in cui emerge il valore innovativo dell’opera. Secondo l’autore è possibile educare l’operatore della salute – medico, ma anche infermiere o dirigente delle strutture sanitarie – a un diverso e nuovo rapporto con il paziente, Il “guaritore ferito” deve coltivare le sue capacità comunicative – facenti parte della terapia – e comprendere l’infermo nella sua complessità, non reputandolo mero soggetto da cui eradicare la malattia. La continua verso il metodo scientifico ha condotto all’usuale figura del “medico che […] tratta la malattia come mero fenomeno, senza preoccuparsi del paziente, che egli non vede, non osserva, non interroga, se non attraverso gli occhi tecnici degli esami clinici, e che, al limite, non cura. Se può, spesso, risolvere la sua malattia, egli non si fa carico del paziente, il quale non è percepito come un individuo, un’unità psicofisica della quale ristabilire l’equilibrio e della cui felicità preoccuparsi, bensì come un mero portatore di sintomi, da cui eradicare il male attraverso il metodo sperimentale.”

De Maria propone il nuovo modello terapeutico dell’operatore che negozia col malato il migliore rapporto possibile, affinando le inferenze deduttive del processo diagnostico, potenziando la circolazione delle informazioni, e diminuendo, correlatamente, la criticità, gli errori individuali e le défaillances strutturali: il rischio clinico. Il modello di sanità attuale, orientato all’eradicazione della malattia, non è in grado di curare malati cronici, anziani, disabili, e ciò lo rende ancor più disadeguato. Si tratta della prima opera sul tema, poiché la teorizzazione dell’applicazione della negoziazione relazionale ai rapporti terapeutici appare di assoluta novità.

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